sabato 9 gennaio 2016

Men, Women & Children

Possibile che una cosa nata per facilitare la comunicazione, abbia l'effetto opposto?
I media, specialmente i social, nati per collegare le persone lontane su un piano spaziale e possibilmente temporale (basti pensare alle telefonate via skype con parenti o amici che non condividono il nostro stesso fuso), allontanano le persone che condividono la stessa stanza, o addirittura lo stesso letto.
Benché questo sia abbastanza chiaro (guardiamoci intorno sulla metro; in fila alla posta; sulla strada verso scuola: siamo davvero sempre connessi!), abbiamo il coraggio di ammetterlo?
Oggi esistono siti che ci consentono di abbattere ogni tipo di confine, di conoscere quello che è lontano e di interessarci di sempre più argomenti: come cambia questo le relazioni con le persone con cui condividiamo la quotidianità?

Men Women & Children prova a rispondere a queste domande, dimostrando come la comunicazione mediale, benché rappresenti un traguardo grandioso per l'umanità, metta anche in serio pericolo la vita di tutti i giorni.
Vengono analizzati i diversi rapporti con il mondo informatico di diverse "categorie" di personaggi: coppie sposate che piuttosto che parlare, quando sono insieme, giocano a scarabeo, collegati dai tablet, costretti dunque a cercare proprio su siti specializzati un partner; una madre che gestisce un sito in cui la figlia adolescente posa come modella di intimo; un'altra che tenta di controllare in maniera maniacale l'attività svolta dalla figlia sui social; un ragazzo di quindici anni che, navigando su siti porno da anni, è ormai abituato a tutto; una giovane che visita siti proana pur di rientrare nel canone di bellezza imposto dalla società; un campione sportivo che, piuttosto che concentrarsi sul football preferisce passare le giornate davanti allo schermo.
Fondamentali sono poi tematiche come la ricerca ossessiva del successo, e trame di gelosie e invidie che coinvolgono madri e figlie, ma anche compagne di classe. 


"Davvero ci stiamo riducendo a questo?" mi domando.
Certo, nel film (tratto dal romanzo omonimo del 2011 di Kultgen), forse la mano è un po' troppo calcata: i personaggi sono bene o male tutti collegati tra loro, e sarebbe da sciocchi pensare che tutto questo "torbido", più o meno grave, si concentri in così poco spazio.
Ma allargando lo sguardo, ipotizzando che non si concentri tutto nello stesso quartiere, mi chiedo se davvero ci siano o meno esagerazioni.
E accendendo la tv, sbirciando in rete, ascoltando l'attualità...temo proprio di no.


In Men, Women & Children, se posso trovare un difetto, è proprio questo della mancanza di misura e limiti: allontanando tra loro i vari protagonisti, o descrivendo un numero minore di storie, sarebbe certamente risultato più realistico.
Per il resto, la regia di Reitman punta molto sulla dipendenza da media: numerose sono le inquadrature in cui, accanto o sopra ai vari personaggi che fanno esperienze "reali" vediamo le schermate di pc o cellulari, e quindi veniamo anche a conoscenza delle esperienze "mediali".
La sceneggiatura è molto contenuta: sempre Reitman, questa volta con l'ausilio di Wilson, fanno in modo che i dialoghi siano ridotti all'osso: è più importante la comunicazione non verbale.
C'è una narrazione esterna però, che ci spiega il progredire delle vicende.

Gli attori (si affiancano a volti noti come quello di Adam Sandler e di Jennifer Garner, attori meno conosciuti, ma non per questo meno bravi) sono ben inseriti nella parte. E' evidente il senso di isolamento da ciò che li circonda, e la maggiore attenzione data invece a schermate e mezzi di comunicazione.

Molto belle anche le location, per quanto possano sembrare poco funzionali.

G.

domenica 27 dicembre 2015

Big Eyes

Big eyes: la storia quasi vera di Margaret Keane, nome che rese celebre Peggy Hawkins, pittrice statunitense famosa per i suoi quadri che ritraggono bambini dagli occhi sproporzionati rispetto al resto del volto.


La biografia dell'artista è argomento piuttosto noto: dipinse praticamente per tutta la vita firmando col nome del secondo marito, Walter Keane, appunto, rendendolo così noto al mondo dell'arte degli anni cinquanta e sessanta. Stanca delle bugie di lui e della vita costretta a fare, decise di uscire allo scoperto.
 Chiese il divorzio, lo citò in giudizio e vinse la causa.
Oggi la signora Keane è una splendida ottantottenne. Continua a dipingere, e non deve più nascondersi.
Walter è morto ormai anni fa, ma fino alla fine ha continuato ad affermare di essere stato il solo vero pittore dei dipinti...Pur non dando mai prove concrete.

Il film è l'ultimo lavoro di Tim Burton, e se avete amato le atmosfere di Edward mani di forbice non vi deluderà.
Onirico, tra l'illusorio e il reale, provocatorio... Burton è un regista dallo stile unico ed inimitabile, un po' come l'artista a cui è dedicata la pellicola. (Di cui, tra l'altro, è grande ammiratore: basti pensare che negli anni novanta le commissionò un ritratto di Lisa Marie Smith, sua fidanzata dell'epoca).

Scenografia e fotografia ci portano in un mondo quasi fantastico, fatto di colori e atmosfere da sogno. 
I due protagonisti principali, interpretati da Amy Adams e Christoph Waltz contribuiscono a farci immergere in questo clima tra il reale e l'immaginario.
Molto belli ed evocativi i costumi, i trucchi e le acconciature. 
E poi, ovviamente, si respira arte. I dipinti della Keane sono chiaramente una costante e vengono inquadrati ripetutamente, rapendo lo spettatore che si ritrova realmente attirato da quegli occhi giganti, tratto tipico (ma non per questo unico) del pennello della protagonista.
Arte che diventa pure il contrario di Vita, come in un buon racconto gotico che si rispetti, e che qui è però ispirato a fatti realmente accaduti. 
L'arte, a tutti gli effetti, è sinonimo di isolamento, rinuncia, tensione. Per colpa, in parte delle sue scelte, in parte delle pressioni del marito, Margaret smette praticamente di vivere.

Nonostante la sua figura, a tratti così debole e schiacciata; a tratti così forte e decisa, però non riusciamo a provare reale empatia nei suoi confronti.
Sarà colpa di una sceneggiatura forse troppo snella e poco sentimentale; o forse del fatto che  il ruolo di narratore è affidato al giornalista Dick Nolan (interpretato da Danny Huston), un personaggio esterno, dunque, che non ci rende totalmente partecipi delle vicende della coppia.
I personaggi restano staccati dallo sfondo, volendo fare un "paragone artistico" e ciò non ci permette una totale immedesimazione.

Un voto quindi non altissimo per un film che però dal punto di vista estetico è impeccabile.
G.

venerdì 18 dicembre 2015

Pride

Sublime. Non ci sono altri termini per definire la delicatezza con cui Pride descrive elementi sempre poco presenti nel mondo quotidiano: solidarietà e empatia.

Uscito nelle sale britanniche nel 2014, il film ripercorre un evento realmente accaduto di trent'anni prima.
Un piccolo gruppo di gay e lesbiche londinesi decide di schierarsi a favore di una raccolta fondi per i minatori del Galles,  in sciopero per motivazioni politiche.
A spingere questi ragazzi a partecipare con così tanta convinzione è la forte empatia nei confronti di persone che subiscono una discriminazione pari a quella che loro stessi affrontano nella vita di tutti i giorni.
Il dialogo non sempre sarà facile e scontato.
Pregiudizio, stereotipo, etichette applicate sulle persone come se fossero barattoli di marmellata, ostacolavano, ieri come ancora oggi, una pacifica convivenza.

Non è solo una questione economica: se da un lato è importante aiutare i minatori in difficoltà, dall'altro si attraversa il dramma profondo del non essere accettati da tutti per i propri gusti sessuali.
Oltre all'aiuto per i minatori, infatti, sono ben rappresentate le lotte legate alla sessualità e la durezza con cui si guardava a un mondo di "pervertiti", malati.
Quando evidentemente l'unica malattia è l'ignoranza e la volontà di non documentarsi, e rimanere chiusi nelle proprie gabbie mentali. 
Se, infatti, la curiosità e l'iniziale atteggiamento di sospetto da parte di un Galles legato alla tradizione possono essere giustificati; lo stesso non si può certo dire per le posizioni irrazionali e omofobe senza ragione alcuna.
Nel primo caso a parlare è la non conoscenza; nel secondo la volontà di chiudere le porte.
Anche le famiglie dei ragazzi omosessuali spesso sono portatrici di un atteggiamento di chiusura nei confronti dei loro stessi figli.
Ma, fortunatamente, non tutto è perduto: l'aiuto economico di questo gruppo strampalato verrà accettato e il dialogo e il confronto saranno favoriti.
Il messaggio è chiaro: uniti si può vincere, uniti si può prendere in mano un megafono e combattere per la propria dignità e per la parità. Addirittura, si può vincere.
Infatti la solidarietà è anche reciprocità: non ci si limiterà all'aiuto per gli scioperanti.
Durante il gay pride londinese del 1985 ci sarà una splendida sorpresa...

Recitazione senza sbavature, perfetta, da parte di tutti.
La sceneggiatura e la regia sono ineccepibili.
E' quasi ridicolo cercare aggettivi che possano descrivere la bellezza di questo film, che anzi è stato forse sottovalutato, in termini materiali, dalla critica.
La colonna sonora accompagna lo spettatore rendendolo partecipe della rivoluzione in atto.

Si ride? Un sacco. Di gusto, di fronte alle vecchiette progressiste; sornioni per le tattiche imparate da "quei pervertiti" dei gay per rimorchiare in bar.

Si piange? Ovviamente. Senza dubbio.
Lo consiglio? Assolutamente sì!
G.

The words

Thriller-dramma del 2012, The words vede per la prima volta dietro la macchina da presa la coppia formata da  Brian Klugman e Lee Sternthal (anche sceneggiatori).
Il film vuole intrecciare ad un evento che avviene in contemporanea (la lettura, da parte di un noto autore di romanzi,del suo ultimo lavoro), a due eventi del passato (la vicenda narrata nel libro, e la vicenda legata al racconto stesso).
Lo fa bene. Nonostante possa sembrare complesso aprire questa matrioska e frugarvi dentro, allo spettatore tutto è chiaro.
Forse anche troppo.
Durante la lettura pubblica del suo romanzo, "The words", appunto, il famoso Clay Hammond (D. Quaid) viene interrogato da una giovane scrittrice che vorrebbe saperne di più. 
Clay si ritrova a svelarle il finale della storia, una storia avvolta nel mistero in cui ci si domanda dove sia la morale.
La trama del romanzo di Hammond infatti è davvero affascinante: Rory Jansen (B. Cooper) dopo aver deciso di fare lo scrittore e aver ricevuto una serie di due di picche dalle maggiori case editrici, diventa un autore stimatissimo grazie alla pubblicazione di un romanzo non suo.
Per un caso fortuito, infatti, Rory ha trovato dentro una vecchia borsa dei fogli già scritti e si è limitato a copiarli su pc.
Tutto è andato bene, fin quando il reale autore del romanzo (un J. Irons da Oscar!) non si è presentato a rivendicare la paternità del libro. Il vecchio (di cui non sappiamo il nome, nonostante sia il concreto autore del romanzo oltre che il protagonista del film, per gran parte ambientato nella Parigi del dopoguerra), non sembra voler nulla da Rory, semplicemente fargli sapere che la menzogna è stata scoperta.
Gli unici a conoscere la verità sono l'editore e la moglie di Rory.
Ma chi è davvero Rory? Chi è davvero Clay?
Come fanno tre storie a convivere così armoniosamente?

Il film è piacevole, nonostante il finale piuttosto scontato (si tratta del classico caso in cui la prima parte è molto più avvincente della seconda, poiché ormai si pensa di aver capito quasi tutto, e basta semplicemente sapere se si ha ragione o meno), grazie innanzitutto all'ottimo lavoro di regia e montaggio.
I flashback; l'inizio in medias res; la presenza di più narratori e più punti di vista sono fondamentali per la riuscita del lato più thriller.
Anche la sceneggiatura è molto buona, nonostante si tratti di un'opera prima per entrambi gli autori.
La recitazione degli attori è perfetta. Oltre ai già citati uomini, ricordiamo la meravigliosa performance di Olivia Wilde (nei panni della moglie di Rory) e di Nora Amezeder (la compagna del vecchio nei flashback francesi).
Ambientazione, luci e colori incorniciano il quadro rendendolo esteticamente molto piacevole.
Sia nelle parti ambientate al giorno d'oggi, sia in quelle del passato, i costumi, i colori, la scenografia sono perfetti.

Unica pecca, appunto, la conclusione.  Avrei preferito che il cerchio si chiudesse in maniera diversa, con una scrittrice in erba che a sua volta portasse nuove verità da svelare. Nulla è perfetto!
G.

giovedì 17 dicembre 2015

Matrimonio per sbaglio

Per trenta secondi di risate non vale davvero la pena di perdere un'ora e mezza davanti alla tv.
E già questa frase riassume perfettamente quella che sarà la seguente recensione, quindi potete pure chiudere tutto e fermarvi qui, ma fidatevi: non guardate questo film!

Uscita nel 2006, la commedia racconta della favolosa avventura capitata a Anderson (J. Biggs) e Katie (I. Fisher).
Il primo, dopo la tragicomica morte della compagna Vanessa, deceduta di fronte alla proposta di matrimonio di lui, sembra non riuscire più a riprendersi dal lutto.
La seconda, dopo aver visto l'anello di fidanzamento del fidanzato storico, ha chiesto un periodo di pausa.
Il destino vuole che proprio nel giorno in cui Anderson decide di rimettersi in gioco e chiedere ad una perfetta sconosciuta, la cameriera della tavola calda in cui sta pranzando, di sposarla, sulla sua strada si piazza Katie.
E il destino vuole che Katie pure vuole vivere una nuova vita dopo aver praticamente rifiutato la proposta del fidanzato, quindi accetta.

Ecco che i due, dopo nemmeno essersi presentati, devono fare la conosceza delle rispettive famiglie; organizzare una convivenza e preparare una cerimonia ufficiale.
(Ve l'avevo detto che anche questa lettura sarebbe stata inutile, no?!)

Il tutto, già di per sé surreale e incredibile, è condito dalle mirabolanti avventure che vivono la famiglia di Katie (il cui papà evade dal carcere pur di accompagnarla all'altare; la cui mamma è tanto indecisa sull'amore quanto la figlia e il cui patrigno è un personaggio talmente marginale da apparire sullo schermo in rari momenti); i suoi amici (circensi prestati alla tavola calda) e i genitori di Anderson.


La sceneggiatura affossa ancora di più questo soggetto banalmente incredibile (e incredibilmente banale, al contempo!), e anche le scelte di regia non servono certo a migliorare la situazione.

La colpa del flop se la prendono pure gli attori, che non fanno nulla per rimanere nella memoria dello spettatore, che già sa come tutto andrà a finire e non si gode nemmeno lo spettacolo della recitazione, seppur fine a se stesso.
Un vero peccato.
Non buttate i vostri novanta minuti!
G.

lunedì 30 novembre 2015

Letture: pochi inutili nascondigli

Dato alle stampe nel 2008, "Pochi inutili nascondigli" è una raccolta di racconti di Giorgio Faletti.
Passando per le tinte noir, per il racconto fantastico, per il gotico, Faletti è abile nel cogliere le ispirazioni del passato e farle sue.
Tanto per citarne uno, è evidente la rilettura di Edgar Allan Poe, specialmente nel primo dei sette racconti,in cui è forte l'opposizione vita-morte; natura-arte.

Meravigliose le tinte fosche che l'autore ritrae,in alcuni episodi più che in altri, ricreando così un'atmosfera a metà tra il fantastico e il vero.

Il modo di scrivere di Faletti è iconico, prende a tal punto da lasciare a metà tra il desiderio di continuare la lettura e la paura di finire troppo presto il libro.
Evocativo, Faletti lascia il lettore esattamente nella stessa incertezza in cui si trovano i personaggi di fronte a episodi surreali. 

Anche se non siete amante del genere, e alle storie fantastiche preferite i gialli più classici, la penna dello scrittore vi guiderà in ambienti realistici contornati da elementi fantasiosi con stupore e piacere.

Una lettura assolutamente consigliata, soprattutto grazie alla diversità tra i vari racconti, che consentono di non annoiarsi mai e di divorare il libro senza neppure accorgersene.
G.

domenica 29 novembre 2015

Laws of attraction-matrimonio in appello

Audrey Woods (J.Moore) è un'affascinante avvocato divorzista newyorkese, che non ha mai perso una causa.
E' impegnatissima nel lavoro, ama la razionalità. si occupa della legge ed è single.
Rappresentando una sua cliente incontra il famoso Daniel Rafferty (P. Brosnan), affascinante avvocato divorzista pure lui, e pure lui con nessun fallimento alle spalle.
Ma a differenza di Audrey, Daniel preferisce il divertimento alla ragione, il disordine all'ordine, non è puntuale e sembra il classico dongiovanni che ottiene tutto quello che vuole con un semplice sguardo.

Se è vero il detto che gli opposti si attraggono, basta una sola serata (che da incontro di lavoro, si trasforma ben presto in sbronza e nottata insieme), per far sì che Audrey e Daniel da semplici colleghi diventino qualcosa di più.

Dopo un'udienza difficile, i brillanti avvocati dovranno pure affrontare un viaggio assieme per raccogliere prove in favore dei rispettivi clienti che rappresentano.
Ma l'attrazione torna a bussare alla porta, l'alcool rende tutto più confuso, e dopo una seconda notte insieme, i due si svegliano con le fedi al dito.

Saranno costretti a portare avanti un matrimonio di facciata? Sveleranno l'errore commesso? Finiranno con l'innamorarsi?

Molto divertente la rappresentazione dei personaggi, tipizzati come una buona commedia degli anni duemila (il film esce nelle sale nel 2004) vuole: Audrey è la classica donna in carriera, rigida con tutti e tutto e dedita solo al lavoro; apparentemente sicura di sé; Daniel è forte della sua bellezza, del suo successo e sembra sempre perfetto tanto da conciliare al lavoro di avvocato anche quello dello scrittore.

Simpatica anche la figura della mamma di Audrey, diversissima da lei, attenta alla forma fisica e all'alimentazione (oltre che poco propensa a farsi chiamare "mamma" in pubblico), e quella del giudice Abramovitz, che sarà presente in tutta la pellicola.

I dialoghi sono prevedibili (come tutta la trama, per essere onesti), fatti di giochi di parole e di doppisensi, mai troppo volgari.
Il film risulta, nel suo genere, piacevole. La classica commedia romantica, fatta di diversità ed equivoci.

Rappresentativi anche i costumi (che, insieme al trucco, si guadagnano una nomination per gli Irish film and television awards). Audrey, così elegante e professionale in aula, si tuffa nella tuta e sul divano appena può; e anche il libertino Daniel, camicia e jeans nel tempo libero, è pronto a ricoprire il ruolo dell'affermato uomo di legge con completi distinti e raffinati.
G.